di Valentina Arcidiaco (Psicologa/Psicoterapeuta cognitiva )

Questa parte del progetto ha riguardato sette prime classi composte sia da ragazzi che da ragazze con una età media di 12 anni.
Gli incontri si sono svolti in maniera interattiva cercando di sensibilizzare e coinvolgere i minori sugli argomenti principali legati al cyberbullismo.
Molti, in un primo momento, nei confronti della figura dello psicologo, si sono mostrati “preoccupati, titubanti, poco collaborativi” ma, una volta spiegata la funzione dello psicologo legata all’attività del progetto hanno abbassato le difese e si sono “messi in gioco”.
La maggior parte dei soggetti che aveva manifestato qualche riserva relativa alla presenza dello psicologo successivamente ha partecipato positivamente all’attività.
Nella prima fase i partecipanti sono stati invitati a definire quali, a loro avviso, sono gli attori principali e le possibili cause del fenomeno oggetto del progetto; in un secondo momento si è parlato di attività psicologiche trasversali quali le emozioni, l’empatia, la capacità di stare in gruppo, la capacità di tollerare le frustrazioni, le abilità di problem solving ed empowerment.
Inoltre sono state definite quelle attività che riguardano: flaming, harassment, denigration, impesonification, happy slapping, ect, tutte riguardanti attività afferenti al cyberbullismo.
Dagli incontri è emerso che numerosi alunni sono stati oggetto di attività moleste sia in rete sia attraverso gli smartphone e che, sotto il profilo psicologico, tali attacchi hanno provocato paura e inquietudine, disturbi del sonno e inappetenza.
Molti dei ragazzi si sono rivolti a figure adulte che hanno subito cercato soluzioni adeguate sia dal punto di vista materiale ( denunce o interruzione dell’esposizione del minore alla problematica) sia dal punto di vista psicologico ( rafforzamento delle competenze di problem solving, rivalutazione delle figure di attaccamento, accudimento).
In generale gli alunni hanno ammesso di utilizzare i social network per cercare amicizia o per stare meglio, mentre alcuni utilizzavano smisuratamente i giochi on line con l’apertura di alcune chat che poi si rivelavano dannose.
I sentimenti emersi dai gruppi di lavoro sono stati felicità, gioia e anche paura, timore, disgusto (queste ultime soprattutto legate ad attività in cui erano presenti foto o video , molto probabilmente non adatte alla loro tenera età).
E’ emerso in più classi e in più appuntamenti che molti di loro hanno provato a partecipare al giuoco soprannominato “Blue whale” ma che,mentre lo facevano, si sentivano “intrappolati” psicologicamente; ovviamente i ragazzi asseriscono di aver parlato con gli adulti o con le figure di riferimento per interrompere il gioco anche perché “spaventati” dalla minaccia di “uccisione da parte dei genitori”se fossero stati scoperti.
Molti, parlando sia con lo psicologo che con l’esperto di social media (comunicazione), hanno appreso come rafforzare i “meccanismi di difesa” sia a livello psicologico sia a livello comportamentale, hanno valutato le proprie capacità sociali e hanno rivalutato le proprie caratteristiche personali.
Un’ampia valutazione dei ruoli nel cyberbullismo è stata fatta con l’utilizzo di un’attività laboratoriale nella quale i ragazzi dovevano scegliere in piena autonomia un personaggio e farlo proprio; facendo un gioco di “proiezione” si è visto come molti preferivano essere spettatori mentre altri rivestivano il ruolo di veri e propri bulli, quest’ultimi hanno poi dichiarato di aver subito atti di cyberbullismo o bullismo vero e proprio e , quindi, conoscendo bene cosa si provi ad essere la vittima, hanno preferito assumere il ruolo dominante del bullo.
Inoltre, durante questa attività laboratoriale, è apparso evidente che la scuola assume un ruolo importante per la prevenzione e la cura delle situazioni di disagio.
Un altro aspetto importante e che è degno di essere sottolineato è la “percezione della solitudine” ; molti, infatti, hanno espresso liberamente il senso di “isolamento/ solitudine” attribuendo ai social network il potere di “farli uscire dalla solitudine” dovuta al numero di ore passato da soli in casa senza una figura adulta che li “controlli”.
Un ulteriore aspetto da non sottovalutare è quello relativo all’influenza che l’ambiente virtuale ha anche sull’ambiente classe: i ragazzi,infatti, hanno riportato episodi di cyberbullismo che si sono verificati attraverso la “chat di classe” generata con la finalità di formare un contenitore di informazioni fra di loro ma che, in molti casi, ha generato un ambiente “ostile e aggressivo” per alcune figure più deboli.